Identità

Chi si avvicina a un dōjō di arti marziali ha diritto di sapere, con chiarezza, che cosa quel dōjō è — e, altrettanto importante, che cosa non è.
Il mondo delle arti marziali è attraversato da miti tenaci, da tradizioni presentate come antichissime e in realtà recenti, da promesse che il fascino dell'esotico rende difficili da verificare. Il Kinshinden ha scelto una strada diversa: dire le cose con chiarezza, anche quando la verità storica può sembrare meno spettacolare della leggenda, e distinguere sempre ciò che è documentato da ciò che è costruzione, ricostruzione o desiderio.
Gli articoli che seguono raccolgono i testi con cui riassumiamo alcuni elementi che rappresentano la nostra identità: il senso del nostro nome, il rapporto con la tradizione a cui ci richiamiamo, cosa significa davvero praticare lo Shinobi Dō. Non sono materiale promozionale, e non chiedono di essere creduti sulla fiducia: sono un invito a verificare, a fare domande, a valutare con i propri occhi. Perché la prima garanzia di serietà che un dōjō può offrire non è la grandiosità di ciò che promette, ma l'onestà di ciò che dichiara.
Il significato del nome del Dōjō

Il nome scelto per il nostro Dōjō non è, naturalmente, casuale. In queste righe ne ripercorro le origini simboliche e filosofiche.
"Kinshinden" è il collettore: l'insieme delle arti complesse e dei metodi più semplici che pratichiamo in ambito marziale. Le traduzioni dalla lingua giapponese possono essere molte, con sfumature diverse a seconda del contesto in cui la parola viene usata.
禁心伝 — Kinshinden significa "Tradizione dell'Essenza Proibita", o "Trasmissione del Controllo Interiore".
禁 Kin — proibito, vietato, controllato, precluso, negato
心 Shin — cuore, spirito, intima essenza, quintessenza
伝 Den — tradizione, passaggio, insegnamento
Il nome contiene in sé una resa simbolica a più livelli, che si evidenzia persino negli omofoni offerti, in questo come in altri casi, dalla lingua giapponese:
禁真 kinshin — verità proibita
真伝 shinden — tradizione pura
新伝 shinden — nuova tradizione
金神殿 kinshinden — tempio, sacrario, aureo luogo sacro
寝殿 shinden — residenza imperiale, cuore del palazzo
新田 shinden — nuova risaia, nuova coltivazione
神傳 shinden — insegnamenti trasmessi da una divinità
Il kanji 禁 di "proibito" contiene i radicali per "bosco" e "altare", quasi a indicare la sacralità del bosco. Nel suo carattere originario cinese, 禁 poteva essere reso anche come "sopportazione" e "resistenza", "confino", "tortura", "incantesimo" e "sortilegio".
Cosa sottende a questa scelta, che ai più potrà sembrare singolare? Nel nome del Dōjō, il "proibito" è un concetto filosofico di fondo — una lente prima ancora che un tema. E come ogni lente, merita di essere descritta per ciò che lascia vedere.
Il "proibito", nella cultura giapponese, è una dimensione profonda che sfida le semplici categorizzazioni. Spesso associato a tabù religiosi, superstizioni ancestrali o rigide leggi sociali, non è un curioso dettaglio folcloristico: è piuttosto una potente lente attraverso cui esaminare dinamiche sociali, psicologiche e spirituali.
Durante il Periodo Edo (1603–1868) la società giapponese venne gerarchizzata secondo le rigide norme del Confucianesimo. Ogni categoria sociale divenne un mondo a sé, con precisi codici comportamentali da rispettare in maniera inderogabile — una gerarchizzazione in parte visibile ancora oggi, con i giovani che faticano a scardinare precetti proibitivi vecchi di oltre quattro secoli.
Il concetto di "proibito" emerge in forma ancor più affascinante nelle zone geografiche considerate sacre o inaccessibili: i boschi intorno ai santuari, certe montagne. Nelle tradizioni ascetiche di montagna dello Shugendō — che intreccia buddhismo esoterico, shintō e culti montani — solo chi persegue una via ascetica è titolato ad addentrarsi su certi sentieri, come quelli dei monti Kōya e Haguro. Non sono soltanto luoghi di straordinaria bellezza: sono considerati residenza di kami (divinità), oni (demoni) e yōkai (mostri), e le credenze popolari sostengono che entrarvi sia una trasgressione capace di sfidare l'ordine cosmico. Non a caso, correnti eretiche del buddhismo esoterico, come il Tachikawa Ryū, fecero proprio della trasgressione la loro Via.
Qui il "proibito" smette di essere un divieto e diventa una domanda: sui sistemi di autorità, controllo e potere che definiscono cosa è proibito e cosa no. È una questione che tocca la radice dei concetti di autorità, conformità, spirito critico e autodeterminazione — e che chiama a riflettere sull'importanza del rispetto di sé in rapporto alle norme sociali e religiose imposte, quand'anche legittime.
Il termine "Shinobi" può essere interpretato in vari modi, ma è generalmente associato alla figura eterodossa e trasgressiva del ninja o, più propriamente, allo shinobi no mono, la "persona infiltrata". Così come lo shinobi si infiltrava in territori proibiti, violando le norme e oltrepassando clandestinamente le barriere di confine feudali, il nome del nostro Dōjō porta iscritta questa stessa tensione verso il confine: il punto in cui il noto incontra l'ignoto, e in cui la norma può essere interrogata.
La "violazione filosofica del proibito" non è, in questa lettura, ribellione senza scopo, ma domanda posta con rigore:
Chi ci ha proibito o proibisce qualcosa? Altri — la religione o un culto oppressivo, il gruppo sociale o familiare, l'ideologia? O noi stessi — le nostre convinzioni, la nostra morale, le nostre paure? E sappiamo riconoscere sempre quando, e a chi, cediamo la delega che autorizza una restrizione nei nostri confronti?
Nel Kinshinden anche la tecnica marziale è attraversata da questa riflessione. Le moderne arti marziali hanno giustamente "proibito" molte tecniche che sarebbero risultate pericolose nella competizione sportiva, ma che costituivano un bagaglio importante nelle arti antiche. Tecniche che, prese singolarmente, non avrebbero forse mai cambiato l'esito di uno scontro, ma che nel loro insieme ampliavano il ventaglio di possibilità nelle innumerevoli condizioni, personali ed esterne, che la vita e il confronto potevano presentare. Nello Shinobi Dō studiamo, riscopriamo e mettiamo alla prova molte di quelle tecniche, quei metodi e quegli strumenti, confrontandoci con gli effetti delle nostre scelte.
Scegliere in piena consapevolezza se rispettare o violare un divieto richiede, in entrambi i casi, coraggio: quello indispensabile a essere timonieri del proprio destino, consapevoli del prezzo di ciascuna scelta, capaci all'occorrenza di ignorare l'ostracismo e la riprova sociale — sia dei "trasgressori" sia dei "conformi".
Persino nel gesto difensivo si violano divieti socialmente condivisi: il divieto prossemico a violare lo spazio interpersonale, il divieto alla "maleducazione" e all'inganno, il divieto all'uso, quand'anche controllato, della forza.
Il Kinshinden non promuove l'idea di infrangere le regole. Al contrario, offre un insieme di regole e linee guida, e nello stesso tempo invita i propri praticanti a riflettere sulla responsabilità — come individui e come parte di una comunità — di riconoscere e interrogare le regole che governano la propria vita.
Il "proibito" è una soglia. Sta a ciascuno decidere se sostare sul limitare o attraversarlo — sapendo che il nome inciso all'ingresso di questo Dōjō è, esso stesso, quella soglia.
Kinshinden.
Jūjutsu, Jujitsu, Jiujitsu, Jūdō - Facciamo chiarezza

Chi si avvicina per la prima volta alle arti marziali giapponesi si imbatte quasi subito in un piccolo rompicapo: Jūjutsu, Jujitsu, Jiujitsu, Jūdō... sono la stessa cosa? Sono discipline diverse? Qual è il nome corretto?
La risposta breve è semplice: alcuni di questi termini indicano la stessa disciplina, altri identificano parzialmente discipline differenti. Gran parte della confusione nasce dal modo in cui il giapponese è stato trascritto nelle lingue occidentali.
Jūjutsu: il nome storico
Il termine giapponese è 柔術, oggi trascritto secondo il sistema Hepburn come Jūjutsu.
Jū (柔) significa "cedevole", "flessibile", "morbido", nel senso di adattabile.
Jutsu (術) significa "arte", "tecnica", "metodo".
Il significato non è quindi "la dolce arte", come spesso si sente dire, ma l'arte di ottenere un risultato attraverso l'adattamento, l'efficienza e l'uso intelligente della forza, anziché affidarsi esclusivamente alla potenza fisica.
In epoca feudale il termine jūjutsu non indicava una singola disciplina, ma numerose scuole di combattimento (koryū), ciascuna con caratteristiche proprie. Non esisteva un solo jūjutsu, ma molti jūjutsu, talvolta profondamente diversi tra loro. Questa pluralità di approcci esiste ancora oggi: praticanti provenienti da scuole differenti possono ritrovarsi ad allenare sistemi anche molto lontani fra loro.
Perché si legge anche "Jujitsu" o "Jiujitsu"?
Le grafie Jujitsu e Jiujitsu derivano dalle prime trascrizioni occidentali del giapponese, diffuse tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, quando non esisteva ancora uno standard condiviso di romanizzazione.
Oggi la forma ritenuta più corretta è Jūjutsu (oppure Jujutsu, quando non si utilizzano i segni diacritici). La pronuncia dei kanji è infatti più vicina a juu che a ji, mentre 術 viene trascritto jutsu e non jitsu.
Le forme Jujitsu e Jiujitsu sopravvivono soprattutto per ragioni storiche, commerciali o di tradizione, e si riferiscono perlopiù a versioni sportive della disciplina. Il caso più noto è il Brazilian Jiu-Jitsu (BJJ), che ha mantenuto la grafia con "Jiu". Questo, tuttavia, non significa necessariamente che si tratti di discipline diverse: nella maggior parte dei casi cambia semplicemente il modo in cui il nome è stato trascritto.
E il Jūdō?
Qui, invece, non parliamo soltanto di una diversa grafia.
Il Jūdō (柔道) è una disciplina distinta, nata come evoluzione moderna del Jūjutsu. Fu fondato nel 1882 da Jigoro Kano, che studiò diverse scuole tradizionali e ne rielaborò gli insegnamenti, eliminando molte tecniche ritenute troppo pericolose per una pratica educativa e sportiva.
Anche il significato del nome cambia: mentre jutsu (術) indica un'arte o una tecnica, dō (道) significa "via", "percorso". Il Jūdō si sviluppa quindi non soltanto come metodo di combattimento, ma anche come disciplina educativa, fisica e morale.
Con il tempo divenne anche uno sport, fino a entrare nel programma olimpico.
Va comunque ricordato che, alle origini, il confine tra Jūdō e Jūjutsu era molto meno netto di quanto sia oggi. Il Judo dei primi decenni conservava infatti numerosi elementi del Jūjutsu tradizionale, ancora riconoscibili in sistemi come il Metodo Bianchi e in altri stili sviluppatisi durante il periodo dei grandi conflitti mondiali.
E termini come taijutsu, jūtaijutsu, wajutsu o yawara?
Sono denominazioni utilizzate da alcune scuole o in particolari aree del Giappone per indicare il combattimento a mani nude, spesso come elemento distintivo di una specifica tradizione.
Esistono inoltre termini ancora più antichi, come kogusoku, hakuda e torite, che indicano forme particolari di combattimento a mani nude all'interno di contesti ben definiti.
Come chiamiamo questa disciplina al Kinshinden?
Nel Kinshinden utilizziamo il termine Jūjutsu, perché è la denominazione storicamente più corretta e quella maggiormente aderente alla tradizione giapponese da cui traiamo ispirazione.
Perché Dōjō, e non Ryū?
Ci è stato chiesto perché definiamo il Kinshinden un dōjō e non un ryū, una scuola di arti marziali.
La differenza non è solo terminologica: riflette un modo diverso di intendere la pratica.
- In Giappone ryū (流) indica anzitutto un metodo preciso, codificato in un lontano passato: un corpus tecnico definito, trasmesso attraverso una specifica tradizione riconosciuta in Giappone.
- In lingua italiana, invece, la parola scuola richiama soprattutto un luogo di insegnamento, nel quale chi sa trasmette conoscenze a chi ancora deve apprenderle, e tendenzialmente per un periodo limitato.
Nessuna delle due definizioni descrive pienamente il Kinshinden.
Un dōjō (道場), letteralmente "luogo della Via", è invece prima di tutto uno spazio di pratica. È il luogo in cui ci si allena, si studia e ci si confronta. Proprio per questo, al suo interno possono convivere più metodi o più tradizioni. Nel nostro caso, lo Shinobi Dō comprende sia il jūjutsu sia la pratica delle armi tradizionali, considerate parti complementari di un unico percorso.
Ma c'è anche una ragione più profonda della scelta di dōjō.
La parola scuola richiama un rapporto verticale: chi insegna da una parte e chi apprende dall'altra.
Nel dōjō, invece, esistono certamente ruoli, responsabilità e diversi livelli di esperienza, ma tutti rimangono praticanti. L'istruttore continua a studiare, a mettersi alla prova e a percorrere la Via; l'allievo non è il destinatario passivo di un sapere, ma partecipa attivamente alla propria formazione.
Per questo preferiamo parlare di dōjō. Non perché sia un termine più esotico, ma perché descrive meglio ciò che cerchiamo di essere: un luogo in cui si pratica, si cresce e si percorre insieme la stessa Via tra persone adulte alla pari.
Graduazione nello Shinobi Dō
Nello Shinobi Dō il grado non rappresenta un premio, né un semplice indicatore di anzianità. È il riconoscimento di una padronanza tecnica raggiunta e della responsabilità che ne consegue all'interno del dōjō.
Il nostro sistema di graduazione si ispira alla tradizione giapponese ed è articolato in tre aree, ciascuna con un significato preciso.
Okuiri (奥入) — L'Iniziazione
Il percorso attraverso cui il praticante costruisce le proprie basi tecniche e interiorizza i principi fondamentali della disciplina.
- Byakkō Obi — Cintura Bianca
- Kōryū Obi — Cintura Gialla
- Suzaku Obi — Cintura Rossa
- Seiryū Obi — Cintura Viola
- Genbu Obi — Cintura Nera
Mokuroku (目録) — La Lista
Superata la cintura nera, il praticante entra in un percorso di approfondimento e consolidamento.
- Sho Mokuroku
- Hatsu Mokuroku
- Go Mokuroku
Menkyo (免許) — La Licenza
L'ultima area è dedicata alla piena maturità tecnica e alla capacità di comprendere e trasmettere la disciplina.
- Shoden Menkyo
- Chūden Menkyo
- Okuden Menkyo
- Hiden Menkyo
- Kaiden Menkyo
La progressione non è determinata dal tempo trascorso sul tatami, ma dall'effettiva padronanza raggiunta. Ogni grado porta con sé una nuova responsabilità e un nuovo punto di partenza — non un traguardo definitivo.
Facciamo Ninjutsu?

La domanda che viene posta quasi inevitabilmente a chiunque si avvicini al Kinshinden è: "Fate ninjutsu?"
La si pone con curiosità, a volte con entusiasmo, immaginando un'arte marziale segreta fatta di combattimento a mani nude, shuriken, salti impossibili e misteriose tecniche tramandate nei secoli.
È una domanda legittima, ma la risposta è più complessa di quanto sembri.
Storicamente, infatti, il ninjutsu non fu un'arte marziale nel senso in cui oggi siamo abituati a intendere questo termine. Dietro questa parola si nasconde uno degli equivoci più persistenti della cultura marziale contemporanea.
Cosa significava davvero la parola
Il termine ninjutsu (忍術) — o shinobi-no-jutsu (忍び之術), secondo la lettura giapponese degli stessi caratteri — compare con una certa frequenza nei testi militari del Giappone premoderno. Quando compare, però, non indica un sistema di combattimento codificato.
Designa piuttosto l'insieme delle tecniche legate allo spionaggio, all'infiltrazione, alla ricognizione, alla raccolta di informazioni e, più in generale, alla guerra non convenzionale: ciò che oggi definiremmo attività di intelligence e operazioni speciali.
Chi abbia la pazienza di aprire il Bansenshūkai, lo Shōninki o il Ninpiden — comunemente indicati come i Sandai Ninjutsu Hiden-sho, i tre grandi trattati del ninjutsu (pur con tutte le cautele che la ricerca storica impone riguardo alla loro datazione, trasmissione e interpretazione) — vi trova qualcosa di molto diverso dall'immaginario cinematografico.
Vi trova istruzioni sui travestimenti, sui codici cifrati, sull'orientamento, sulla meteorologia, sulla psicologia dell'inganno, sulla costruzione di strumenti e sulla raccolta delle informazioni. In altre parole, un sapere operativo e strategico.
Non vi trova invece un curriculum di tecniche di combattimento a mani nude né un sistema marziale codificato chiamato ninjutsu. Le fonti oggi disponibili, infatti, non descrivono nulla di simile.
Gli uomini, non l'arte
Se il ninjutsu non identificava un'arte marziale, esistevano però gli uomini che praticavano quelle tecniche.
Le fonti li chiamano più propriamente shinobi no mono (忍びの者) o solo shinobi, cioè "coloro che agiscono di nascosto". Il termine ninja, oggi universalmente noto, rappresenta una lettura moderna degli stessi caratteri e si è imposto soprattutto nel corso del Novecento.
Gli shinobi no mono erano specialisti delle operazioni clandestine: spie, esploratori, sabotatori, messaggeri e incursori.
Cosa praticavano davvero
Ed è qui che la questione diventa particolarmente interessante per chi pratica arti marziali.
Quando uno shinobi riceveva anche un addestramento marziale, esso derivava normalmente dalle arti della propria epoca e della propria zona di provenienza: kenjutsu - scherma, jūjutsu, kyūjutsu - tiro con l'arco, bajutsu - equitazione e, nei periodi successivi, anche hōjutsu - l'impiego delle armi da fuoco.
Non esisteva quindi un'arte marziale "ninja" separata e segreta, ma il medesimo patrimonio tecnico condiviso dagli altri guerrieri del tempo.
Le conoscenze relative ai travestimenti, ai veleni, alla botanica, alla meteorologia, all'astronomia, all'infiltrazione, alla costruzione di strumenti e alla raccolta delle informazioni appartenevano invece alla funzione operativa. Erano competenze che uno shinobi poteva possedere in misura diversa a seconda della propria formazione e del proprio incarico, non il programma tecnico di una disciplina marziale autonoma.
Anche molte delle armi oggi immediatamente associate agli shinobi — come gli shuriken, il kusarifundō o il kusarigama — appartenevano in realtà a diverse scuole marziali classiche e potevano essere impiegate in operazioni clandestine, ma non costituivano il patrimonio esclusivo di un ipotetico sistema marziale chiamato ninjutsu.
Come nasce l'equivoco
Se oggi la parola ninjutsu evoca quasi automaticamente un'arte marziale, lo dobbiamo a un processo culturale relativamente recente.
L'immagine del ninja come guerriero dotato di un proprio sistema di combattimento e di un'estetica riconoscibile è in larga misura il prodotto della narrativa popolare, del teatro e del cinema giapponese del Novecento, poi diffusosi in tutto il mondo attraverso romanzi, film, fumetti, manga, videogiochi e televisione.
In questo processo, un insieme molto articolato di competenze operative è stato progressivamente condensato nella figura di un guerriero immaginario.
Fu soprattutto a partire dagli anni Settanta che il termine ninjutsu iniziò a essere utilizzato anche per identificare scuole moderne di arti marziali.
In questi casi, però, il nome racconta una storia che le fonti oggi disponibili non sembrano confermare: quella di un sistema unitario e codificato di combattimento ninja tramandato senza interruzioni dal Giappone feudale fino ai giorni nostri.
E allora il Kinshinden cosa pratica?
Se il ninjutsu non fu un'arte marziale nel senso moderno del termine, e noi pratichiamo qualcosa chiamato Shinobi Dō, non stiamo forse ricadendo nello stesso equivoco?
A nostro avviso, no.
Lo Shinobi Dō non pretende di ricostruire una perduta arte marziale ninja né di esserne l'erede diretto. Si presenta dichiaratamente per quello che è: un'arte marziale moderna sviluppatasi per step a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.
Assume la figura dello shinobi come riferimento concettuale — un modo di affrontare il conflitto, l'adattamento, la strategia e il pensiero non convenzionale — e integra alcune delle arti che uomini impiegati anche in quel tipo di operazioni potevano realmente praticare: il jūjutsu, le armi tradizionali e lo studio di principi operativi ispirati alla guerra non convenzionale.
Non una promessa di segreti, ma un percorso tecnico dichiarato e trasparente.
Questa, a nostro avviso, è la differenza sostanziale.
Una scuola che si presenta come l'erede diretta di un'arte marziale ninja medievale afferma qualcosa che le fonti storiche oggi disponibili non consentono di dimostrare.
Un dōjō come il nostro, invece, studia gli shinobi e il loro contesto storico. Sulla base degli elementi marziali giunti fino a noi, facciamo ricerca, approfondiamo, rivediamo continuamente le nostre conclusioni e lasciamo che anche la pratica continui a evolversi, senza la necessità di alimentare un mito.
Quando, dunque, qualcuno ci chiede: "Fate ninjutsu?", la risposta più onesta rimane no.
Non pratichiamo ciò che il mito moderno chiama ninjutsu, ma una disciplina contemporanea ispirata allo studio storico degli shinobi e delle arti che essi potevano realmente praticare; cercando di distinguere, per quanto possibile, la storia dalla leggenda.
Il kuji-kiri (?) - studio, non magia

Poche immagini sono associate ai ninja quanto quella delle mani intrecciate nei nove sigilli. È anche una delle più fraintese.
Il kuji-hō — il “metodo da nove ideogrammi" che prevede il kuji-in (i sigilli con le mani dei nove ideogrammi) e il kuji-kiri (i "nove tagli" tracciati nell'aria), non nascono nell'ambito marziale. Le loro radici affondano nel taoismo e poi nel buddhismo esoterico, nel mikkyō delle tradizioni Shingon e Tendai, dove la ripetizione di formule (mantra) e i gesti rituali delle mani (mudrā) accompagnavano la meditazione e la concentrazione. L'associazione con le tradizioni shinobi è successiva e, in buona parte, ricostruita a posteriori: molto di ciò che oggi si dà per acquisito sul "kuji-kiri dei ninja" appartiene più all'immaginario del Novecento — cinema, fumetto, teatro, letteratura popolare — che alle fonti storiche.
Diciamo quindi subito cosa il kuji-hō non è, nel nostro dōjō: non è una tecnica magica, non evoca poteri, non produce effetti sul mondo esterno né sull'avversario.
Cosa è, allora, e perché lo studiamo. Lo affrontiamo su due piani.
Il primo è storico e culturale: comprendere da dove viene questa pratica, come si è trasformata, quanto della sua fama è documentabile e quanto è invenzione. È lo stesso metodo con cui trattiamo ogni elemento della tradizione — senza mistificazione, ma anche senza liquidare come falso ciò che ha una storia reale.
Il secondo è pratico, e riguarda la preparazione mentale. Al netto del significato rituale, la sequenza di sillabe e gesti è uno strumento di focalizzazione: un rituale di concentrazione che scandisce il respiro, raccoglie l'attenzione e induce uno stato mentale controllato — ciò che si potrebbe descrivere come una forma di autoipnosi. In questo senso il kuji-hō non è diverso, nella funzione, da altre tecniche di centratura che precedono l'azione: serve a portare la mente in una condizione precisa prima di agire.


