Lo Hojōjutsu a Parigi

Christian Russo • 15 ottobre 2025

Un viaggio tra le culture

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Il 4 ottobre 2025 sono stato invitato a Parigi, al Museo Nazionale d’Arte Orientale Guimet, per dare il mio contributo a una conferenza collaterale all’esposizione Polaraki, dedicata alle polaroid del celebre fotografo Araki Nobuyoshi.


Araki è noto per le sue fotografie poetiche, provocatorie, esplicite e disturbanti, e anche come bakushi, ossia maestro dell’arte della corda “erotico-artistica” (Kinbaku o Shibari). Come ho avuto modo di scrivere nel mio primo libro, il Kinbaku è una corrente artistica che trae origine diretta dall’antica arte della corda da cattura dei samurai (Hojōjutsu), e i curatori della mostra desideravano che questa radice culturale ed estetica emergesse e venisse raccontata.


Il meteo a Parigi è stato dalla nostra parte. Siamo arrivati al Museo Guimet intorno alle 13:30, e devo dire che lo stabile e la collezione sono impressionanti — così come la Sala Conferenze. Ho visitato la mostra Polaraki, una collezione privata donata al museo, e ho potuto confermare l’idea che già avevo dell’opera di Araki: fotografie che, per quanto posate, “immobilizzano” un momento, un oggetto, un’emozione, una donna o un desiderio. Da questo punto di vista la fotografia ha molto in comune con il Kinbaku/Shibari: cristallizza un istante e ne fa collezione. Vedere dunque la corda in una polaroid è “opera shibari” all’ennesima potenza — almeno così la interpreto io.


La conferenza è stata introdotta dai curatori della mostra, seguiti da un’intervento di una orientalista, poi da me, e infine da un dialogo tra la curatrice e il donatore della collezione. Fortunatamente, i miei studi giovanili di francese mi permettono ancora oggi di comprendere discretamente la lingua, anche se non la parlo più con scioltezza, e ho potuto seguire con interesse gli interventi degli altri relatori.


Con l’aiuto dell’interprete ho illustrato come l’arte della corda sia nata in ambito guerriero durante il periodo Sengoku, passando poi agli agenti di polizia dell’epoca Edo, quindi ai militari, e infine alle poche scuole di arti marziali che ancora oggi la tramandano. In mezzo a questa linea temporale, lo Hojōjutsu ha visto nascere e crescere — anche in modo enorme — la corrente erotica dell’arte della corda: dai campi di battaglia alle camere da letto, ai palchi delle live-performance, fino alla fotografia contemporanea. Ho concluso il mio intervento con una breve dimostrazione pratica, molto apprezzata dal pubblico e dai curatori.


Sul palco, però, serpeggiava sin dalle prime battute un dibattito, perlopiù equilibrato ma a tratti acceso, sul presunto maschilismo connaturato all’opera di Araki e al Kinbaku/Shibari. Tra me e me sorridevo, incuriosito da quella discussione.


Mi trovavo su un palco francese, ad ascoltare detrattori e appassionati confrontarsi su questioni eterne ma al tempo stesso attualissime:

  • l’arte ha la responsabilità di comunicare qualcosa di per sé, o rivela ciò che ribolle nell’animo di chi ne fruisce?
  • è giusto, con gli “occhiali” della contemporaneità, giudicare o persino censurare un concetto, un’idea, un’opera, solo perché non risponde alle sensibilità odierne?
  • è giusto, con gli “occhiali” dell’Occidente, giudicare o acclamare una manifestazione culturale di un Paese con storie e sensibilità diverse dalle nostre?
  • quanto la contaminazione culturale, se unidirezionale, e anche se "a fin di bene" è di fatto una forma di colonizzazione?


Sono domande alle quali non mi sento di dare risposte, ma che aleggiavano tra le righe della discussione. Ho cercato, con discrezione, di suggerire un punto di vista utile al dibattito quando se n’è presentata l’occasione.


La conferenza si è conclusa, e la mia compagna ed io abbiamo potuto proseguire la conversazione con alcuni dei responsabili del museo in un bistrot parigino, mentre un improvviso acquazzone ci sorprendeva. Abbiamo parlato di differenze di vedute, di Italia e Francia, di arti marziali e di ricerche personali difficili da comprendere ma sempre degne d’interesse.


È stato un vero viaggio tra culture, questa volta, a Parigi.
Che dire?
Au revoir!

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