Il Lato Oscuro della Paura: da scudo a prigione (3)

Christian Russo • 29 novembre 2025

Una nuova Lezione ne "La Mente sopra La Lama"

SCENARIO
PARTE 1: LA BOLLA

Viale Mattioli saliva leggero, lasciandosi alle spalle il respiro umido del Valentino. Era tarda sera. L’aria che risaliva dal Po aveva una consistenza quasi liquida, fredda, carica degli odori del fiume e della città che si spegneva. I lampioni gettavano pozze di luce arancione sull’asfalto, intervallate da tratti di ombra viscosa dove la notte sembrava addensarsi. Piazzale Tesla e la sicurezza metallica dell'auto erano ancora lontani, in fondo al viale.


Camminavano sornioni, un ritmo lento, sincronizzato, nel silenzio ovattato dopo una serata piacevole. Tra le mani, lui stringeva un kebab "completo", ancora bollente. L'odore speziato della carne e della salsa allo yogurt era un contrasto violento, quasi aggressivo, con l'aria fresca della notte. Si concentrava sul non far colare il condimento, un esercizio di equilibrio precario mentre evitava rami caduti sul marciapiede.


«Dieci euro che ti rovini la maglia prima di arrivare alla macchina», disse lei. La sua voce era leggera, divertita. Gli diede una gomitata morbida al fianco, osservando la battaglia con la stagnola unta. La luce intermittente dei lampioni le tagliava il viso di profilo, illuminando il suo sorriso per un istante prima di rigettarlo nell'ombra.


«Fiducia zero», ribatté lui a bocca piena, cercando un’indignazione che non provava. Pulì un angolo della bocca con il dorso della mano. «Ci vuole tecnica...»


Lei scosse la testa, ridendo piano. Il suono della sua risata sembrò per un attimo l'unica cosa reale in quella strada deserta. «Sì, certo, "tecnica"... vedi solo di non inciampare mentre la applichi.»


Erano lì, immersi in quella bolla di intimità e scherzi da poco. Perfettamente normali. Perfettamente esposti.


Fu allora che una specie di radar interno registrò un'anomalia. Un'increspatura nel tessuto della serata. Una di quelle sensazioni sottili, che nella maggior parte dei casi possono rivelarsi un nulla, una suggestione. Non era un allarme cosciente, solo un dato sensoriale periferico che filtrava attraverso la distrazione del cibo e della compagnia. Un movimento dove non avrebbe dovuto esserci.


Ruotò la testa. Non un movimento brusco, solo una correzione calcolata dell'angolo visivo sopra la spalla sinistra. Un check automatico.


Trenta metri indietro, nel punto in cui il viale iniziava ad impennarsi, due sagome si erano staccate dal buio di fondo. Due figure maschili. Camminavano troppo in fretta per una passeggiata serale; il loro passo era rapido, predatorio. Le voci arrivarono un secondo dopo le immagini: toni alti, sguaiati, una lingua che non afferrò subito. Ridevano, ma era una risata metallica, carica di una complicità aggressiva.


Rumore di fondo della città notturna. Niente di che, forse.



PARTE 2: INNESCO

Riprese il filo del discorso, ma una parte di sé si era staccata. Il radar si era acceso. Non era più una nota a margine; era un campanello d'allarme in avvicinamento, che consumava risorse, chiedeva attenzione.


Fece un altro check, un’occhiata rapida mascherata da sguardo oltre la strada. Erano più vicini. Troppo vicini. Non era solo il passo veloce; era la traiettoria. Non stavano semplicemente risalendo il viale, li stavano puntando. Il loro movimento intersecava il loro. Non era una passeggiata, era una triangolazione predatoria.


Il suo stato mentale cambiò pelle. La "bolla" si infranse. Il sapore del kebab, le chiacchiere leggere: tutto venne spazzato via da un'urgenza gelida, una scarica di adrenalina che metteva a fuoco ogni dettaglio.


Eseguì una scansione a 360 gradi, l'istinto che cercava altre minacce prima di impegnarsi con quella visibile. Ce ne sono altri? Un palo più avanti? C’è qualcun altro? Testimoni, un deterrente qualsiasi? Il viale era deserto. Erano soli. La variabile ambientale era neutra; la minaccia era isolata ma imminente.


La voce uscì diversa. Non fu una scelta conscia, ma una necessità. Il tono scherzoso di un secondo prima si asciugò, divenne piatto, urgente. Un comando, non una richiesta.


«Vai avanti. Adesso.»


Lei si bloccò per una frazione di secondo, la risata le morì in gola. «Cosa? Perché?» La sua confusione era palpabile, un freno a mano tirato nel mezzo della normalità.


«Vai. Non fermarti. Dopo ti dico.» Non la guardò. Non c'era tempo per rassicurarla. Doveva toglierla dal centro del bersaglio. Lei riprese a camminare qualche metro, obbedendo all'urgenza nella voce più che alla logica, ma lui sentiva la sua resistenza, lo sguardo interrogativo fisso sulla schiena.


Rallentò. Impercettibilmente. Era una recita pericolosa. Non doveva sembrare in allarme, non doveva far scattare nulla prima che fosse il giusto tempo. Doveva sembrare distratto: la preda perfetta, un turista con la guardia abbassata, concentrato solo sul suo panino.


Il rumore dei loro passi si fece più forte, invasivo. Erano nella sua zona prossemica. Poi, la presenza fisica. Un'ombra che si allungava da sinistra. Non vide la mano, ma sentì l'intenzione. Lo spostamento d'aria, il fruscio del tessuto mentre un braccio si allungava verso la tasca posteriore dei jeans, verso il rigonfiamento del portafoglio.


Il tempo per pensare finì.


Un tai-sabaki di 180 gradi. Una rotazione secca, compatta, che creò un vuoto d'aria tra lui e loro, mentre il copione che avevano in testa andava in pezzi.


Il braccio destro scattò in avanti. Non un pugno, una mano tesa, le dita serrate a formare un arco rigido tra indice e pollice. La mano impattò contro la gola del primo, quello più piccolo, quello che aveva allungato la mano. Non per distruggere, per interrompere.


Il risultato fu immediato. Il ragazzo si piegò in due, tossendo violentemente. Un suono strozzato, gutturale, mentre il suo corpo reagiva all'interruzione improvvisa del flusso d'aria. Deglutì con forza, gli occhi spalancati e lucidi per lo shock e il dolore riflesso, annaspando per riprendere fiato. Il suo slancio aggressivo si era infranto contro una barriera di pura fisiologia.


Ora li vedeva chiaramente. Il piccolo che tossiva, piegato su se stesso. E fissava l'altro, il leader. Più grosso, più strutturato, con una faccia segnata e occhi che ora lo valutavano con una nuova, fredda attenzione. Era spiazzato, ma non era nel panico. Era guardingo, come un animale che ha appena scoperto che la preda ha i denti.


Spostò il peso, mettendosi fisicamente tra loro e lei, tagliando la linea visiva. La sua compagna era fuori dalla loro equazione, doveva restarci.


Il piccolo, ripreso un minimo di fiato, si rimise dritto. Nei suoi occhi lesse l'umiliazione. L'aveva colpito e reso impotente, seppure per un attimo, di fronte al suo "capo". Quella vergogna era benzina sul fuoco.


Lo sguardo saettò a terra. Cercava qualcosa, che vide prima lui: una bottiglia di birra vuota, abbandonata vicino al cordolo del marciapiede.


Lui fece due passi tra l'incerto e il rabbioso, l'afferrò. L'intenzione era chiara: romperla. La situazione che era passata da una tentata rapina a uno scontro fisico stava per scalare a un potenziale accoltellamento e poi a chissà cos'altro.



PARTE 3: GESTIONE

Era il momento di cambiare registro. Doveva disinnescare l'ordigno che lui stesso aveva contribuito ad armare.


Rilassò impercettibilmente la postura. Sul viso si dipinse un sorriso. Non era un sorriso di amicizia. Era un sorriso finto, tirato, maligno.


«Ragazzi, ragazzi...», la voce uscì calma, ferma, ma priva di sfida. Un tono recitato, quasi conciliante: «Io non voglio avere problemi con voi...» - e poi la chiosa: «E voi non volete avere problemi con me.»


I loro occhi erano fissi su di lui. Il leader valutava. Il piccolo tentennava, la mano stretta sulla bottiglia che aveva afferrato ma che per l'agitazione non era riuscito nemmeno a frantumare.


«Dai, stiamo passando tutti una bella serata...», continuò, mantenendo il contatto visivo «Ho preso un kebab.»


Con un movimento lento, deliberato, sporse in avanti il panino che teneva ancora nella mano sinistra, intatto. Lo mise letteralmente in mano al piccolo, un gesto assurdo di offerta in mezzo alla tensione.

«Tò, ne vuoi un po'?»


Lo guardarono come se fosse un alieno. Un attimo prima aveva reagito con durezza a un loro tentativo di rapina, mentre ora gli offriva la cena. La dissonanza cognitiva era totale. L'aggressività, privata di un bersaglio chiaro contro cui scagliarsi, iniziò a sgonfiarsi. Aveva offerto loro una via d'uscita che non li faceva sembrare dei codardi che scappavano, ma dei tizi che avevano fatto un tentativo non riuscito e poi semplicemente accettato (o rifiutato) un'offerta bizzarra.


La tensione si ruppe. Le spalle del leader si abbassarono di un centimetro. Il piccolo, confuso, ritrasse lentamente la mano dalla bottiglia. Non dissero nulla. Il piccolo guardò il kebab, poi lui, poi il suo capo. Alla fine, scosse la testa e fece un passo indietro, restituendogli il panino. Non lo accettarono, ovviamente. Ma l'esca era stata mangiata. Aveva imposto loro la de-escalation e avevano obbedito.


Senza dire una parola, il leader fece un gesto plateale accomodante, modificarono la traiettoria e ripresero a camminare, superandoli, risalendo il viale verso piazzale Tesla. Il loro passo era ancora veloce, ma diverso. Non era più predatorio, era solo frettoloso.


Si riavvicinò a lei, guardandoli allontanarsi finché non furono a distanza.


Riprese a camminare verso l'auto in silenzio. Diede un morso meccanico al kebab, ma la fame era sparita. Sentiva lo stomaco chiuso in un nodo stretto: non era paura, era il residuo tossico di uno scontro prima di tutto mentale e poi fisico che non aveva cercato, ma che era stato costretto a vincere.



[NdA: Nel prossimo articolo, il debriefing]

Quella che avete appena letto è la cronaca di un'esperienza reale. Ma perché un gesto apparentemente assurdo ha disinnescato una minaccia che la forza fisica aveva solo interrotto?

Nel prossimo articolo, in uscita nei prossimi giorni, faremo il debriefing tecnico dell'accaduto, analizzando la tattica dietro la reazione.

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