Nuovi Dèi dall'Asia

Christian Russo • 24 novembre 2024

Siamo davvero sicuri che tutto ciò che arriva da Oriente sia 'migliore'?

La storia delle arti marziali giapponesi affonda le sue radici nell'antichità, originate sui campi di battaglia. Tuttavia, ciò che oggi conosciamo di queste discipline è prevalentemente legato al periodo pacifico dell'antico Giappone, quando, perdendo la loro primaria utilità bellica, le Scuole di Arti Marziali si trovarono a un bivio: scomparire o adattarsi ai nuovi contesti borghesi.

Sebbene i samurai continuassero la loro pratica quotidiana nelle arti belliche, a loro si affiancarono civili e mercanti, provenienti quindi da ceti diversi dalla èlite guerriera, e che contribuirono a preservare queste antiche arti, ora rielaborate per la difesa personale, garantendo la sopravvivenza di istituzioni altrimenti destinate all'oblìo.

Verso la fine del XIX secolo, l'apertura del Giappone all'Occidente e il conseguente processo di modernizzazione minacciarono ulteriormente le arti marziali, riducendone l'applicabilità e l'interesse, al punto che sembrava fossero sull'orlo della definitiva estinzione.

In questo contesto di incertezza, emerse la figura di Kanō  Jigorō, un visionario che seppe rinnovare le arti marziali distillando tecniche e metodi da diverse scuole, riducendone la pericolosità e fondendole nel nuovo paradigma di un' "educazione fisica" tipicamente giapponese. Con la creazione del Jūdō, Kanō non solo trasportò queste pratiche verso il futuro ma fu d'ispirazione anche per la proliferazione del Karate, dell'Aikidō e dello Iaidō moderno. Parallelamente, il Kendō evolse integrando il "giocoso" Gekiken con le tecniche del Kenjutsu - la scherma, in un percorso di aggiornamento e sintesi.

Quello a cui assistiamo oggi, quindi, è una restaurazione e un compendio delle arti marziali che riflettono il periodo Edo, un'era in cui, nonostante le profonde trasformazioni sociali e culturali, queste pratiche hanno saputo rinnovarsi, mantenendo viva parte del loro spirito originario.


Con l'ausilio delle tradizioni orali o dei densho (i documenti storici) sopravvissuti, alcune pratiche sono state addirittura ricostruite da zero, in un tentativo di archeologia sperimentale mirata a rivitalizzare aspetti e tecniche dimenticati.


Ma qui sorge la questione: l'Occidente, in un misto di ammirazione acritica e ingenuità, ha recepito tutto ciò che dal Giappone veniva proposto, senza mai mettere in discussione l'autenticità o il valore di tali insegnamenti o, ancora, accettando l'idea di una rigidità degli insegnamenti da passare di mano in mano verso le generazioni future.

Questo approccio riflette un aspetto positivo nella tensione a preservare le ricerche degli ultimi maestri, ma nuoce all'idea stessa di arte marziale, che dovrebbe essere viva a vitale. La visione ortodossa legata al lignaggio dimentica che ogni maestro porta un suo punto di vista unico, anche in maniera inconscia, in ciò che insegna. Per non parlare poi dei momenti molto ben consci in cui l'arte è stata modificata per venire incontro alle esigenze del momento storico.


L'idealizzazione dell'Oriente come depositario di una saggezza superiore è un cliché che va oltre le arti marziali, influenzando la percezione occidentale di varie dimensioni della cultura e della spiritualità asiatica. Questo atteggiamento di sottomissione culturale rischia di trasformare antiche discipline in mere merci, spogliate del loro contesto e ridotte a semplici prodotti di consumo. Una parte dell'Occidente sembra vivere una sorta di senso di colpa collettivo maturato nell'illuminismo, nell'innovazione e nel progresso tecnologico, accogliendo come superiore ciò che è "antico", "genuino", "esotico" e quindi incontestabilmente "superiore".

Chiudere gli occhi dinanzi a ciò che giunge da un lontano, anche geograficamente, passato, apre le porte ad accettare acriticamente anche aspetti ben presenti allora: elitarismo, dogmatismo, "bullismo", prevaricazione, sessismo, plagio, arrivismo, conformismo, settarismo.


In questo contesto, il richiamo a mantenere uno spirito critico diventa un imperativo. Il proverbio giapponese che invita a non seguire le orme degli antichi, ma a  cercare ciò che essi cercavano, sottolinea l'importanza di un approccio indipendente e critico.

Friedrich Nietzsche, con la sua esortazione a rovesciare le prospettive e superare i limiti imposti dalla condizione umana, ci invita a guardare oltre le apparenze e a sfidare le convenzioni. Applicando il suo pensiero critico alle arti marziali, ci si rende conto che l'idealizzazione incondizionata di "nuovi dèi" orientali può diventare un ostacolo alla vera comprensione e crescita personale. Invece di idolatrare ciecamente maestri e tradizioni, dovremmo osare esplorare queste discipline con mente aperta, cercando di superare i nostri limiti e tracciando un percorso di sviluppo individuale.

In conclusione, mentre l'ammirazione per le arti marziali e la cultura orientale può essere fonte di arricchimento, è fondamentale avvicinarsi a queste discipline "accogliendo umilmente la novità", ma non rinunciando a indagarla con spirito critico. Solo così potremo onorare le tradizioni che ci precedono e al contempo percorrere la nostra strada verso la crescita e la comprensione personale. Non dobbiamo lasciare che la nostra sete di autenticità ci renda ciechi davanti ai "nuovi dèi" che possono nascondere, dietro la loro aura di saggezza - i "vecchi dèmoni" dei limiti, delle fallacie e dei desideri terreni di ogni essere umano.

La Mente sopra la Lama

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