Quando la paura incontra l'ingiustizia
Sul senso di insicurezza degli italiani, e sui meccanismi che lo tengono in vita.
C’è una conversazione che negli ultimi anni ho fatto e rifatto innumerevoli volte, in forme quasi identiche e in ambienti diversissimi fra loro: al bancone di un bar, in un gruppo di genitori, fra colleghi commercianti, dopo l’allenamento in dōjō. Comincia sempre allo stesso modo — qualcuno racconta un episodio, una rapina in zona, una lite degenerata, un gruppo che staziona sotto casa e non si capisce cosa faccia — e a un certo punto arriva quella frase, che a volte pronuncia l’altro e a volte, con la stessa naturalezza, mi ritrovo a pronunciare io: “non è più come una volta”.
La dicono persone di ogni orientamento politico, di ogni età, di ogni quartiere. E ogni volta, dopo averla detta o sentita dire, mi resta addosso lo stesso disagio: perché è una frase che mi convince mentre la pronuncio e mi insospettisce un attimo dopo. Quanto di ciò che sto dicendo è vero, e quanto è soltanto l’impressione di uno che invecchia in un Paese che cambia? Che cos’è, davvero, a produrla?
La risposta più comoda — quella che circola da anni nel dibattito pubblico — è che si tratti soltanto di percezione, e in parte è corretta: sui reati più gravi l’Italia resta fra i Paesi più sicuri d’Europa, con un tasso di omicidi fra i più bassi dell’Unione. Ma è la risposta a una domanda che nessuno ha posto. Perché quasi nessuno, camminando per strada la sera, teme di essere ucciso: si teme un’aggressione, uno scippo, una rapina in casa, una molestia, una violenza sessuale, una lite che degenera. Rispondere alla paura di essere aggrediti citando il tasso di omicidi è un modo elegante per non rispondere affatto.
E su quel terreno il quadro è meno rassicurante. Nel 2024 sono stati denunciati oltre 2,3 milioni di reati, con la criminalità denunciata tornata sui livelli precedenti alla pandemia; le violenze sessuali denunciate sono state 6.587, in aumento di quasi il 35% in cinque anni.
Ma proprio qui conviene fermarsi un momento, perché la statistica è uno strumento potente e insieme sempre parziale, e i numeri sulle denunce sono fra i più insidiosi di tutti. Una denuncia non misura un reato: misura un reato che qualcuno ha deciso di denunciare. E le due cose non si muovono insieme. Chi mi assicura che quel 35% non registri, in tutto o in parte, un aumento della disponibilità a denunciare anziché del fenomeno? Sulla violenza sessuale, negli ultimi anni, sono cambiate molte cose che agiscono precisamente su quella disponibilità: campagne di sensibilizzazione, un clima culturale diverso, interventi normativi che hanno reso il percorso meno scoraggiante. Ciascuna di esse può produrre più denunce a parità di reati commessi — e sarebbe, paradossalmente, una buona notizia travestita da cattiva.
Non lo dico per ridimensionare il fenomeno: la stessa cautela vale in senso opposto, dato che la violenza sessuale resta un reato con un tasso di denuncia bassissimo, e la cifra reale è certamente molto superiore a quella registrata. Lo dico perché mi pare l’unico modo onesto di maneggiare questi numeri: sapendo che non ci dicono quanto crediamo ci dicano. Quello che possiamo affermare con ragionevole certezza è che non stiamo parlando di un’allucinazione collettiva, ma di fenomeni reali — e che le statistiche più citate nel dibattito pubblico, quelle sui reati più gravi, semplicemente non li misurano.
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