La guerra è bella anche se fa male
Puntata I — Il demone che fingiamo di non avere
A parole siamo quasi tutti pacifisti. Eppure la guerra accompagna la storia dell'umanità con una continuità impressionante. Questa è la prima di due puntate sull'aggressività umana: guardiamola in faccia.
C'è un verso di Francesco De Gregori, in Generale, che, almeno a me, ha sempre detto più cose di quante sembri dirne a un primo ascolto. Lo cantano i soldati che tornano dal fronte, stipati su un treno che li riporta a casa: "che la guerra è bella anche se fa male". Generale è una canzone indubbiamente contro la guerra — ed è proprio per questo che quel verso è così tremendo. Perché non mette in bocca a un generale l'esaltazione del conflitto: la mette in bocca ai reduci, a quelli che la guerra l'hanno vista da dentro, ne conoscono l'orrore, il fango, la paura, i compagni morti.
La mia lettura di quel verso è questa. Che, nonostante tutto, mentre tornano, quei soldati continuino a chiamarla "bella". Non perché il male venga negato — al contrario, lo hanno attraversato e lo conoscono meglio di chiunque — ma perché quel male non sembra cancellare del tutto una forma di fascinazione. È una lettura, naturalmente, non l'unica possibile. Ma è proprio questa ambivalenza a renderla, ai miei occhi, così inquietante. Non l'idea che la guerra possa piacere a chi non l'ha mai conosciuta, bensì che continui a esercitare una presa perfino su chi ne ha pagato il prezzo sulla propria pelle.
Ecco: partiamo da qui. Da quel nodo scomodo, quasi osceno, che chiunque abbia guardato onestamente dentro di sé prima o poi incontra. Perché qualcosa che ci fa così orrore continua, generazione dopo generazione, a esercitare su di noi una fascinazione che a parole neghiamo con tutte le forze?
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