Samurai oggi: I Salaryman
Sull’erede del samurai: non il guerriero solitario del cinema, ma l’uomo in giacca e cravatta stipato nel treno delle sette del mattino — e su cosa questo racconta del Giappone, e forse di noi.
Cammini per le stradine di Tokyo a sera inoltrata, in quell’ora in cui la città più grande del mondo abbassa la voce. Le insegne al neon ronzano sopra vicoli improvvisamente quieti, l’ultimo treno ha già inghiottito la folla dell’ultimo minuto, e l’asfalto trattiene ancora il calore del giorno. Ti godi la metropoli nella sua dimensione più rara: quella in cui, per poche ore, sembra concedersi di prendere fiato. E a un certo punto lo vedi.
Un uomo distinto, giacca scura, cravatta al collo ma abbassata, addormentato sul marciapiede in una posizione assurda, la valigetta posata accanto come un cane fedele. Passi oltre e lo guardi con curiosità, forse con un filo di scherno — l’ennesimo manager ubriaco, crollato per strada al ritorno da chissà quale bevuta.
Non sai che ti sei appena trovato davanti all’ultimo samurai.
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