Il viaggio dell'eroe
Sull' “Odissea” di Christopher Nolan — e sul perché recensire un mito che ci portiamo dentro sia più difficile che recensire un film.
Scrivere di questo film è complicato, e dico subito perché. Odissea non racconta una storia qualunque: racconta un mito che ognuno di noi porta iscritto nel proprio DNA culturale, anche quando non ne ricorda più con precisione i contorni. Il viaggio di esplorazione che è anche ritorno, di Ulisse/Odisseo lo conosciamo prima di averlo letto; ci arriva per via ereditaria, come una filigrana. Recensire un film simile significa recensire, in qualche misura, qualcosa che è già dentro di noi — e distinguere ciò che il film aggiunge da ciò che noi già proiettiamo su di esso non è affatto banale.
La difficoltà si moltiplica quando dietro la macchina da presa c’è Christopher Nolan, un regista che ha fatto del racconto stratificato la propria firma: storie e sottostorie, piani temporali sovrapposti, fondali archetipici e psicologici che lavorano sotto la superficie. Con un materiale del genere e un autore del genere, la tentazione di cercare significati in ogni inquadratura è forte. Provo a resistervi, e a dire semplicemente cosa ho visto e cosa mi ha lasciato.
Un avviso, prima di procedere: da qui in avanti parlerò liberamente della trama, snodi finali compresi. Se non avete ancora visto il film e volete arrivarci “puri”, fermatevi qui — e tornate dopo.
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