Vietato l'ingresso ai tatuati
Uno degli ostacoli di ogni turista in Giappone, e la storia che ci sta dietro: marchi infamanti, briganti cinesi, maestri dell’intaglio e una legge decaduta nel 2020.
Capita quasi a tutti, prima o poi, durante un viaggio in Giappone. Si arriva all’ingresso di un onsen, la sorgente termale che è una delle esperienze più giapponesi fra tutte quelle che si possono fare, e sulla porta c’è un cartello. Talvolta è un pittogramma stilizzato — una figura umana con una macchia colorata sulla spalla, sbarrata da una linea rossa — talvolta una scritta in inglese, cortese e inequivocabile: chi ha tatuaggi non può entrare. Vale anche per una rondine sulla caviglia, anche per un’iniziale sul polso, anche per il ricordo di un viaggio precedente.
Lo straniero resta perplesso, e comprensibilmente. Perché il tatuaggio giapponese è, nel resto del mondo, una delle esportazioni artistiche più ammirate del Giappone: collezionisti che attraversano continenti e spendono anni per completare un bodysuit, una tradizione tecnica ammirata da chiunque si occupi di questa materia, un immaginario — carpe, draghi, onde, peonie, maschere — che ha colonizzato la pelle di mezzo pianeta. E in patria, invece, quella stessa arte ti impedisce di entrare in una piscina.
È il tipo di contraddizione che vale la pena guardare da vicino, perché ha una storia precisa. E non è la storia che quasi tutti si aspettano.
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