Debunking Kunoichi
Shinobi Shōzoku: l’uniforme nera dei ninja tra fonti operative, teatro e immaginario moderno.
Procediamo con la serie di articoli dedicati al debunking di aspetti popolari legati agli shinobi storici.
Tra gli appassionati di ninja esiste una parola che spesso non ha bisogno di traduzione. Kunoichi: la donna ninja. Bella, letale, addestrata al pari degli uomini, capace di sedurre e uccidere. Ha un posto fisso nei manga, nei videogiochi, nei film, e nei libri divulgativi.
Ne ho scritto anch’io, anni fa, basandomi sulle fonti accessibili allora. Ci torno perché da allora la ricerca giapponese ha messo a disposizione materiali che cambiano il quadro, e perché alcune conclusioni di quel testo vanno riviste. La cosa interessante è che, smontando il mito, quel che resta è più affascinante di quello che si porta via.
È una compagnia migliore di quanto sembri. Stephen Turnbull, l'autore occidentale che più di ogni altro ha diffuso la figura del ninja, nel 2014 ha riesaminato il proprio lavoro del 19911 ammettendo che l'entusiasmo aveva talvolta avuto la meglio sul buon senso: si era appoggiato a compilazioni che non distinguevano le fonti coeve da quelle scritte dopo la formazione del mito, e quindi già contaminate da esso. È esattamente il problema che si incontra su questo terreno, ed è il motivo per cui vale la pena tornarci.
Cominciamo dall’unica cosa certa: la parola.
Una parola che compare una volta sola
Il termine compare nel Bansenshūkai (万川集海)2, il più esteso dei tre grandi trattati di ninjutsu, compilato da Fujibayashi Yasutake nel 1676. Sta nel volume ottavo, sezione Yōnin, ed è scritto 久ノ一.
Un dato prima di ogni interpretazione: in ventidue volumi, che raccolgono diverse centinaia di tecniche, questa è l’unica che preveda l’impiego di donne. Una su centinaia.
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