Dieci anni per diventare invisibile
Uno studio giapponese ha ricostruito, da documenti d'archivio, l'addestramento degli shinobi in un dominio del periodo Edo: quanto durava, chi lo impartiva e da cosa cominciava.
C’è una discussione che accompagna da alcuni anni chiunque si occupi seriamente di shinobi (忍び), ed è più interessante di quanto la sua formulazione lasci intendere: quegli uomini, i “ninja”, erano una categoria di persone o una mansione? Un ceto, con appartenenza ereditaria e identità propria, oppure un compito che poteva essere assegnato all’occorrenza a chiunque avesse le competenze giuste?
La risposta più onesta, come spesso accade quando si parla di un arco di tempo che copre secoli, è che dipende. Dipende dall’epoca, dal dominio, dalla situazione contingente. Nel caos del periodo Sengoku, con eserciti che si formavano e si scioglievano, la funzione doveva essere anche improvvisata; nella pace amministrata dei Tokugawa, dove ogni cosa aveva un ufficio, un timbro e uno stipendio, il quadro poteva essere del tutto diverso. Le due ipotesi, insomma, non si escludono affatto.
Quello che finora è stato poco osservato dal grande pubblico per uscire dalla speculazione sono i documenti ordinari. Non i grandi trattati — quelli li abbiamo, dal Bansenshūkai (万川集海) in giù, e ci raccontano cosa si sapeva fare (o cosa si diceva di saper fare1) — ma le carte noiose: chi veniva assunto, con quale qualifica, quanto veniva pagato, cosa chiedeva ai propri superiori. È da questo tipo di documenti che si può avere una visione più ampia di come funzionavano davvero le cose.
Ed è precisamente quello che ha trovato uno studio pubblicato pochi mesi fa.
Continua a leggere cliccando qui sotto.










