Le arti marziali non sono fatte per le donne. E nemmeno per gli uomini
Sulla frase che chiunque frequenti un dōjō ha sentito almeno una volta, e sul perché il metro sbagliato sia quello di genere.
Avrai avuto diciotto o diciannove anni. Eravate seduti al bordo del tatami, dopo l’allenamento, in quel momento in cui ci si slaccia la cintura e si parla di cose che durante la pratica non si dicono. Non ricordi come foste arrivati sull’argomento — probabilmente qualcuno aveva chiesto perché in quel dōjō le donne fossero due su venticinque. E il maestro, senza alcuna aggressività, anzi con il tono di chi enuncia una cosa ovvia e un po’ malinconica, disse: in fondo, le arti marziali sono nate da uomini e sono strutturate per gli uomini.
Nessuno obiettò. Tu meno di tutti: avevi diciotto anni, lui ne aveva molti di più e sapeva molte più cose, e la frase aveva quell’aria di verità sgradevole ma incontestabile che a quell’età si tende ad accettare senza discutere. Te la sei portata dietro per anni, come una di quelle cose che uno sa e basta.
Poi hai cominciato a risentirla. Non nei dōjō, o non soltanto: al bar, alle cene, nelle conversazioni leggere in cui si parla di sport e di palestra. Pronunciata con le gradazioni più varie — c’era chi la diceva con la strizzatina d’occhio da spogliatoio, chi con sincero rammarico, chi con quella noncuranza che è la forma più efficace del pregiudizio perché non sa nemmeno di esserlo. E ogni volta la stessa formula: sono nate da uomini, sono fatte per gli uomini.
Con gli anni hai visto arrivare anche la reazione uguale e contraria. Man mano che le prime donne raggiungevano i gradi alti — poche, all'inizio, e in ambienti talvolta ostici — si è cominciato a sostenere che quella frase non fosse semplicemente incompleta, ma falsa: che le arti marziali non fossero affatto nate così, che ci fosse una storia sommersa da riportare alla luce, che il problema stesse tutto nella narrazione. E in alcuni casi la risposta ha finito per toccare la pratica: adattare esercizi, smussare confronti, riorganizzare programmi in modo da non incontrare più i punti in cui la differenza si manifesta — perché, se il punto di frizione non si presenta, non c'è nulla da spiegare. È una soluzione peggiore del problema: non lo risolve, lo aggira, e priva chi pratica proprio di quelle situazioni da cui si impara di più.
Ma il problema, a mio avviso, non è dove tutti lo cercano. La frase non è falsa: è che risponde a una domanda che non stiamo più ponendo. E per capire quale sia la domanda giusta bisogna partire non dal genere, ma dalla struttura dell’arte — e per struttura dell'arte intendo qualcosa di preciso: il jūjutsu e le discipline giapponesi che ne condividono l'impianto, non il combattimento sportivo in generale, sul quale gran parte di questo ragionamento non vale.
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